A Good Altitude
5 febbraio 2016
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A Good Altitude
LUCA MARONI
5 febbraio 2016
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LUCA MARONI

ANNUARIO DEI MIGLIORI VINI ITALIANI
2013

Clavesana  2011, Dogliani 2011 – 89
Consistenza: 31 – Equilibrio: 28 – Integrità: 30

Sensazioni: gran potenza abbinata a suadenza, gran dolcezza d’impatto e di persistenza. Dolcezza mentosa di frutto di frutto prugna suadente. Quanta potente armonia in questo campione, quanta integra possenza. Le doti della natura di base, la polposità maestosa, le doti tecniche da grande enologia: definizione e nettezza delle note, grande e filologico rispetto per il costitutivo frutto. Un giusnaturalistico rispetto, stando alla vera vivacità del quadro. Le tinte nere della mora in confettura, la dolcezza in fragranza d’una viola, e la sua souplesse di palato, tramosità e morbidezza congiunte in un filato gloriosamente setoso, tramosamente drappeggiato.

Bottiglie: 1.500.000

Commento conclusivo:
Splende nitido e turgido nella sua violastra e nerastra ricchezza di colore e d’aroma varietale il Dolcetto nel bicchiere di Clavesana. In modo morbidamente speziato tanto ne Il Clou 2010 e nel Allagiornata 587 2010. Il migliore vino della cantina, il Clavesana 2011, lo presenta nella sua veste olfattiva più integra e pura: ciliegia nera dalla suadenza di mora di gran polpa e illibata frescura. Complimenti.

 

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LUCA MARONI
ANNUALE DEI MIGLIORI VINI ITALIANI
2012

Allagiornata 110, Dolcetto di Dogliani 2008 – 86
Consistenza: 31 – Equilibrio: 28 – Integrità: 27

Sensazioni: la morbidezza balsamica del suo gusto, l’aspetto che più esalta la sua densa e calda, viscosa portanza di frutto. Giunge così allora non solo densamente glicerinosa, non solo morbidamente solare la sua ciliegia nera, giunge anche soprattutto armoniosa, non eccessivamente, tannicamente chinosa. Le virtù dei vini di caratura superiore, simultanea espressione di potenza e suadenza, capacità di generare gran forza di calore, e pure di carezzare in sapore. Cioè concesso da basi viticole di superiore spessore, da un capitolato di trasformazione enologica estremamente rispettosa dell’originaria integrità aromatica del maestoso frutto compositivo, con balsami dolci del rovere, del suo polposo ribes, potentissimi amplificatori.

Bottiglie: 5.000

Commento conclusivo:
Trend qualitativo in netto aumento per i vini di Clavesana: il frutto aumenta di spessore, di suadenza e turgore. Ovunque rivelandosi e porgendosi morbido, armonioso tra carnosità e morbidezza di sapore. Avvolge balsamico il denso Barolo Olo 2005, mentoso il Clou 2008, morbida e suadente setosa la Barbera d’Alba Era 2007. Di nerezza intensa il Dolcetto di Dogliani Clavesana 2009. Il vino migliore è il Dolcetto di Dogliani 110 del 2008: mora vanigliata di gran forza, di carnosità tramosa e di polposità vividamente duratura. Complimenti.

 

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LUCA MARONI
ANNUALE DEI MIGLIORI VINI ITALIANI
2011

Un’ottima proposta quella di Clavesana. Di classe il Barolo 2005, speziosamente evoluto. Di turgore superiore il Nebbiolo d’Alba 2006, campione di non comune morbidezza palatale. Vini-frutto di qualificante turgore i due Dolcetto proposti: il Dolcetto di Dogliani 2008 punta sulla fragranza polposa della sua uva prima. Il Dogliani Produttori del Dolcetto 2007 è un vino di superiore caratura, di avvolgente e suadente ciliegiosità espressive. Viticoltura ed enologia di pregio le sue cause determinanti. Complimenti.
 

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LUCA MARONI
ANNUALE DEI MIGLIORI VINI ITALIANI
2010

Che dolcezza il Roero Arneis 2007, che polposa nettezza mette in mostra il Dolcetto di Dogliani, uva in concentrazione estrema colta quella del Dogliani 2006. La parte del migliore nella gamma di Clavesana la gioca questo Barolo 2004: fitto il suo estratto, il tannino è qui frenato, coperto da una massa di frutti rossi in evidenza fin dall’occhio, in bocca poi la menta del rovere si staglia, piacevole.

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Alle stelle
La Dolce Vite
5 febbraio 2016
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La Dolce Vite

Due Bicchieri del Gambero Rosso 2013 per Te
e a noi che Siamo Dolcetto.
Due Bicchieri due volte:
per l’etichetta “Clavesana, Dogliani 2011”*
che è l’80% della nostra produzione e
per l’etichetta “il Clou, Dogliani Superiore 2010”**
che è il 5% della nostra produzione

Siamo Dolcetto.
Il primo produttore di Dolcetto su Terra.
E, secondo il Gambero Rosso, una delle 2350
migliori aziende del vino italiano oggi.

2 parole dei 350 Coviticoltori in Clavesana:
Siamo contenti.

Prezzo * € 6,90 | ** € 9,90 in enoteca
La Dolce Vite è un marchio dei Coviticoltori in Clavesana

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88
VINI D’ITALIA 2013
5 febbraio 2016
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VINI D’ITALIA 2013

Le Guide de l’Espresso

Clavesana è tra le migliori 2.200 aziende d’Italia con Tre Bottiglie* per Allagiornata 587, Dogliani Superiore 2010 e per Il Clou di Clavesana, Dogliani Superiore 2010.
E con Due Bottiglie** per l’etichetta Clavesana, Dogliani 2011.

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Decanter World Wine Awards 2012

Per noi che Siamo Dolcetto la parola è d’argento, il silenzio è d’oro. Ma tacerLe questa notizia non possiamo. Decanter World Wine Awards 2012 premia con l’argento il frutto della pianta del silenzio. Eloquente affermazione. Coincide con la prima vendemmia in cui il Dolcetto è Dogliani – la nuova DOCG. Ed è la nostra cinquantaduesima vendemmia. La cerimonia di premiazione è stata ad Hong Kong durante il Vinexpo Asia Pacific. La invitiamo a celebrare con noi!

Selections Mondiales 2012
5 febbraio 2016
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Selections Mondiales 2012
Wine Enthusiast 2012
5 febbraio 2016
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Wine Enthusiast 2012
Japan Wine Challenge 2012
5 febbraio 2016
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Japan Wine Challenge 2012
Decanter Asia Wine Awards 2012
5 febbraio 2016
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Decanter Asia Wine Awards 2012

I Vini di Veronelli

Guida Oro 2012

I Vini di Veronelli
5 febbraio 2016
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I Vini di Veronelli

Wine & Spirits

Dicembre 2011

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Wine & Spirits
7 febbraio 2016
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Wine & Spirits
Merum 2011
7 febbraio 2016
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Merum 2011
Mundus Vini

2011 - Medaglio d’Oro 2006 OLO Barolo DOCG

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Mundus Vini
7 febbraio 2016
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Mundus Vini
Carlo Petrini
7 febbraio 2016
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Carlo Petrini

Storie di Piemonte

La Repubblica, 2 Dicembre 2012

“La dignità del Dolcetto”

È la missione di Anna Bracco della Cantina Clavesana, enologa di Langa con una passione per questo vino “autentico e forte” spesso sottovalutato.

Tra vent’anni qui non ci sarà più nulla». «La prima volta che ho sentito questa frase avevo 15 anni e a pronunciarla fu mio padre. Faceva il contadino e coltivava una vigna prevalentemente a dolcetto. Eravamo a cavallo tra gli anni 60 e 70 quando tantissimi da questo angolo di Piemonte, la Langa, abbandonavano la terra e la vita in campagna per rincorrere il richiamo del progresso, della Fiat». A ricordarci questi giorni è Anna Bracco che aggiunge con un sorriso un aneddoto usato per dimostrare la superiorità dell’industria nei confronti dell’agricoltura: «Alla Fiat avevano il bagno». «Non so se per vera convinzione o per contrappormi a mio padre, gli dicevo che i giovani sarebbero tornati alla terra. A ben pensarci era giusto che la gente se ne andasse, nella nostra Langa si faceva fatica, una vita grama. Per fortuna oggi le cose stanno cambiando, le campagne si stanno ripopolando». La storia di Anna Bracco è una storia di passione e di tenacia. Nata a La Gorrea, frazione di Clavesana, Anna entra nel 1975 alla Cantina Cooperativa che porta il nome del paese, ma ha conferitori in molti altri comuni. Inizia come segretaria e dopo qualche tempo diventa responsabile amministrativa, ruolo che ricopre fino al 2002, quando le viene offerto il posto di direttore. «Stavo partendo per una vacanza, mi chiama il presidente Giovanni Bracco e mi dà la notizia. È stata la vacanza più agitata della mia vita, credo di non avere dormito per una settimana, ma poi ho accettato con orgoglio. Sentivo la cooperativa come una parte importante della mia vita». La passione per la terra e per il dolcetto che si produce nella zona di Clavesana — un vino “autentico e forte” come lo definisce lei, ma troppo spesso sottovalutato e svilito — e la ferma convinzione dell’importanza della cooperazione, di agire uniti sono alla base della sua scelta. «È chiaro che se ci mettiamo a giocare sul tavolo del barolo e del barbaresco per scimmiottarli abbiamo già perso e non rendiamo giustizia al prodotto nobile e buono che è il dolcetto. Dobbiamo guardarlo in faccia e prenderlo per com’è, con la sua forza, il suo carattere, la sua storia e il suo valore». Man mano che si entra nel vivo del tema la voce si scalda: «È il momento dei fatti e dei risultati. Se il dolcetto non vince la sfida la colpa è del direttore, e io sono pronta ad assumerla in toto. Bisogna lavorare sodo per formare delle persone che conoscano e apprezzino il dolcetto, che lo sappiano valutare e valorizzare. Altrimenti avremo fallito. E il primo passo è comunque la qualità, senza quella non c’è nemmeno da mettersi a discutere, sarebbe come produrre un’automobile senza ruote». Le idee di Anna Bracco sono chiare, come gli obiettivi della cantina, che mostra una grande vitalità continuando a crescere nonostante le difficoltà. Sotto la sua direzione si è deciso di passare al conferimento totale da parte dei soci, per dare il massimo dell’identità alla cantina. «Bisogna mettere l’azienda al centro, se un produttore è già molto riconoscibile non ha senso che entri nella cooperativa. La forza di una cooperativa sta nell’unione e negli obiettivi condivisi». E uscire è molto semplice, se un socio non è più in linea con il percorso dell’azienda può andarsene in qualsiasi momento. «Credo che non abbia nessun senso obbligare le persone a stare dentro contesti di cui non si sentono parte fino in fondo. La cooperazione è un bel modo di lavorare insieme e di affrontare il mercato. Non è facile, perché quello dell’agricoltore è un lavoro individuale, ma questa è la strada giusta». È affascinante sentire la convinzione e la passione con cui Anna parla della cantina, dei suoi soci e del prodotto della loro terra. «La terra qui è adatta al dolcetto, è il suo habitat migliore e i contadini lo avevano capito. Io devo fare conoscere questa terra senza stravolgerla, e far sì che si dia il valore giusto ai prodotti e al lavoro. Chi lavora la terra deve poter vivere dignitosamente. Se vanno via i contadini, vanno via gli architetti del nostro paesaggio. Occorre dare riconoscimento a chi intraprende questa strada e far sì che non sia una scelta di sacrificio e avvilimento». Per Bracco questo è molto chiaro e rientra negli obiettivi della cantina cooperativa, che qualche anno fa ha acquistato la vecchia scuola elementare di Clavesana, in disuso dagli anni settanta. Al momento è nuda, spoglia (due aule vuote con graniglia per terra e due tavoli di legno e vecchie sedie), ma alla Cantina Cooperativa di Clavesana la usano comunque per portarci i visitatori, spesso stranieri, perché respirino l’atmosfera della Langa autentica. «Quelli che ci vanno ne escono entusiasti. E’ autentico, e questo viene percepito. Bisogna mettere il piede sulla terra per capire qualcosa dei luoghi, calpestarli. E’ una questione fisica». L’energia di Anna è contagiosa, a tratti sembra un fiume in piena, e quando le chiedo se non abbia incontrato difficoltà particolari essendo donna in un mondo, quello del vino, così complesso e al maschile, non si scompone più di tanto. «Come donna si è maggiormente sotto osservazione, le donne devono guadagnarsi tutti i giorni il loro ruolo, e così rischiano di diventare un po’ uomini, per farsi valere e rispettare. Io voglio invece rimanere donna, con la mia visione e sensibilità che è diversa rispetto a quella maschile. E non sopporto le pari opportunità in senso paternalistico, anche se il principio è sacrosanto le quote rose sono svilenti». E quale futuro ci attende? «La cosa più importante che ribadisco in tutte le occasioni è riportare i giovani alla terra. Ci vuole l’impegno di tutti, anche se pensare a lungo termine è più difficile e politicamente manca una progettazione seria e credibile, specialmente in agricoltura. Il valore dell’agricoltura è immenso ma svilito. Ci vuole dignità per chi lavora la terra, perché l’agricoltura è civiltà, la terra è di tutti, e chi lavora la terra fa un lavoro per tutti, si prende cura di un bene comune che è il paesaggio. C’è un bisogno disperato di contadini che sappiano fare il loro mestiere, e bisogna dare loro la possibilità di abitare il territorio con dignità. Sto lavorando per questo e mi sto impegnando al massimo, perché ci credo perché è la mia vita».

storiedipiemonte@slowfood.it

Cantine sociali: ieri la quantità, oggi la qualità;
7 febbraio 2016
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Cantine sociali: ieri la quantità, oggi la qualità;

La Cucina del Corriere della Sera
Ottobre 2010

di Franco Ziliani

Nate come forma di assistenza per agevolare i piccoli viticoltori, le cantine sociali hanno recentemente cambiato rotta: facendo propria una logica imprenditoriale, ma soprattutto inseguendo uno standard di vera qualità, si distinguono oggi fra i produttori dei vini di alta fascia.

Create, spesso con il sostegno finanziario di banche ed enti pubblici, con il preciso intento di evitare la fuga dalle campagne e dare una possibilità di reddito ai piccoli viticoltori, sottraendoli alla speculazione di commercianti e imbottigliatori e alla disoccupazione, le cantine cooperative, nate in Italia negli ultimi decenni dell’Ottocento, hanno per lungo tempo prevalentemente svolto una vera e propria funzione sociale, sottolineata anche dal nome con cui sono spesso chiamate: “cantine sociali”. Cantine, in altre parole, delle quali non esiste un singolo proprietario, ma dove un certo numero di viticoltori decidono di cooperare per produrre insieme, con le uve provenienti dai rispettivi vigneti, vino. In origine in queste realtà, legate a una logica da stato assistenziale e da welfare state, non era fondamentale come si producesse, quale fosse la qualità dei vini, quali gli sbocchi di mercato. L’importante – anche se poi queste cantine finivano giocoforza per accumulare pesanti passivi che il potere politico si occupava di ripianare con generose elargizioni di finanziamenti pubblici – era che quei contadini, quei viticoltori, i quali da soli non avrebbero potuto essere dei trasformatori di uve a 360 gradi, trovassero nella cantina sociale un punto di riferimento. Un luogo dove, in nome di una filosofia quantitativa ben più che qualitativa, ai viticoltori soci veniva semplicemente chiesto di portare delle uve che altrove diversamente avrebbero trovato collocazione e mercato. Un ruolo benemerito per certi versi, con una fortissima valenza sociale, soprattutto alle origini del movimento cooperativistico alla fine del diciannovesimo secolo, poi nel periodo precedente alla prima guerra mondiale e quindi nel secondo dopoguerra, ma un ruolo che non poteva reggere nel tempo e doveva essere rivisto.

Oggi, anche se in molti casi si continua a “ragionare” con una mentalità antica e superata, e permangono cantina sociali, soprattutto al Sud, che insistono nell’essere meri collettori di uve da trasformare in vini senza ambizioni, le cose sono profondamente cambiate. Le cantine cooperative hanno in larga parte abbandonato l’originaria funzione “sociale” e hanno capito che la loro mission, come del resto quella di qualsiasi altra azienda privata, è una sola: riuscire a stare sul mercato. In altre parole, produrre vini che abbiano buone probabilità di imporsi e di farsi apprezzare dai consumatori italiani e internazionali. Intendiamoci, ci sono ancora molte cantine sociali che producono vini pensati e destinati espressamente a un mercato locale, a una diffusione che in molti casi è quella della provincia di appartenenza o al massimo della regione dove si opera. Vini che mantengono una loro tipicità, una peculiarità stilistica che mercati più ampi faticherebbero ad accettare ma che merita comunque di essere apprezzata. Per un crescente numero di realtà però, quelle in particolare che fra poco presenteremo come “cantina d’eccellenza”, si è trattato di un cambiamento radicale, di pelle e di pensiero, avvenuto con l’iniziazione di una sana vena d’imprenditorialità e con la convinzione che la qualità, quella vera, quella riconosciuta e percepita dai consumatori più consapevoli, non potesse più rappresentare un “optional”. Un cambiamento avvenuto in cantina (grazie a un rinnovamento di tecnologie e attrezzature enologiche, e spesso alla presenza di un enologo consulente esterno ad affiancare il cantiniere) ma soprattutto in vigna.
Sono finiti i tempi in cui bastava portare tanta uva, con gradazione zuccherine elevate: oggi non si può più presentare dell’uva qualsiasi, e non si può agire in vigneto con trattamenti e concimazioni fatti per gonfiare le rese, in maniera casuale, ma si deve lavorare secondo un progetto ben preciso, sapendo bene a quale vino quelle uve verranno destinate, con le rese, la qualità, i trattamenti stabiliti dalla cantina. Il rapporto tra i soci e il management tecnico delle cantine si è fatto così stretto che accade sempre più spesso che le cantine sociali, tramite propri tecnici, seguano i viticoltori conferenti già in vigna curando insieme a loro la gestione, in ogni fase stagionale, del vigneto. E quando si tratta di piantare nuovi vigneti o di sostituirne altri che cessano di essere produttivi, “pianificazione” è la parola d’ordine, con una scelta attenta della varietà da privilegiare rispetto ad altre, l’adozione di sistemi d’impianto più moderni e il passaggio a tecniche diverse di gestione del vigneto.

Per convincere i viticoltori, soprattutto i più anziani, a produrre meno (la giusta quantità di uva, per pianta e per ettaro, indispensabile a ottenere qualità) sono stati introdotti criteri di valutazione e quindi retribuzione delle uve dei soci assolutamente meritocratici che premiano le uve veramente migliori e soprattutto, quelle che possono essere destinate ai vini della fascia più alta. E’ stato l’Alto Adige a introdurre questa politica, con una rete di kellereigenossenschaft, come le si chiama in lingua tedesca, o “cantine produttori” (termine più neutro e moderno di “cantine sociali”), che si sono proposte al mercato italiano. Strategia che si è tradotta poi nella suddivisione di tutta l’ampia produzione (in provincia di Bolzano le cantine possono arrivare a coltivare anche dodici e più varietà di uva) in tre o addirittura quattro linee diverse, con caratteristiche e prezzi differenti. Semplici vini “varietali”, ovvero uno Chardonnay piuttosto che un Lagrein oppure un Blauburgunder (Pinot Nero), o cru riferiti a un singolo maso, a una microzona dalle caratteristiche peculiari. Una scelta che ha portato a una “fidelizzazione” del socio, non più semplice fornitore di uve ma quasi co-autore del vino, interessato a fornire le uve migliori che possano concorrere alla produzione dei vini bandiera.

Il risultato di questo cambiamento profondo è che molte cantine cooperative italiane oggi non solo coprono uno spazio sul mercato nazionale e su quelli esteri, ma non hanno nulla da invidiare alle aziende private, avendo adottato una vera gestione manageriale. Ma c’è di più: nel caso delle migliori cantine alcuni vini sono addirittura diventati degli autentici punti di riferimento nelle rispettive denominazioni, un risultato che anche solo 30-40 anni fa sarebbe apparso utopico. Naturalmente, come nel caso delle normali aziende vinicole, ci sono cantine che vantano ambizioni importanti e che riescono a ottenere risultati significativi come quelli che ho descritto e altre, invece, che pur avendo scelto questa nuova consapevolezza produttiva preferiscono produrre vini per un consumo di massa puntando su prezzi decisamente bassi e su un rapporto qualità prezzo (spesso una delle armi vincenti della categoria) molto conveniente. Molte cantine sociali hanno oggi, soprattutto quelle attive in regioni come l’Emilia-Romagna, il Trentino, la Sicilia, dimensioni molto considerevoli, ma pur con tutto il rispetto possibile per questo tipo di iniziative, che hanno raggiunto volumi importanti e una capacità di aggredire i diversi mercati grazie a una politica di fusioni, i risultati qualitativi migliori si hanno con le cantine che evitando il gigantismo si sono mantenute su dimensioni medie. Prima di citare le più significative ricordiamo che tra le organizzazioni più importanti di cantine sociali italiane figura Fedagri Confcooperative, che conta 461 aderenti su tutto il territorio nazionale, con circa 130.000 soci, una capacità di incantinamento pari a circa 30 milioni di ettolitri e un fatturato di 2.257 milioni di euro con una rappresentanza a livello nazionale del 30% dell’intera produzione vitivinicola, pari a quasi il 65% del quantitativo controllato in totale dalla cooperazione.
 

Il Dolcetto Stil Novo
7 febbraio 2016
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Il Dolcetto Stil Novo

di Ernesto Gentili e Fabio Rizzari
25 Agosto 2010

su L’Espresso blog

Spento o quasi il frullatore delle ultime revisioni redazionali per la nuova edizione della guida, uno dei elementi che ci colpiscono di più tirando le somme è la crescente qualità dei Dolcetto, nelle varie declinazioni previste dai saggi disciplinari italici: d’Alba, di Diano d’Alba, di Dogliani, d’Asti, eccetera.
Il Dolcetto è uno dei rossi più gustosi della nostra penisola. Come abbiamo già scritto, i più profondi e complessi (sì, proprio, complessi) non sfigurano affatto nel paragone con i migliori cru del Beaujolais: intensamente ma non banalmente fruttati, arricchiti di intriganti sfumature speziate, hanno tannini delicati e un delizioso retrogusto di mandorla. I più semplici sono snelli, poco alcolici, di immediata bevibilità.
E allora? Allora – ci si chiede – perché l’intera tipologia soffre pesantissimamente la crisi, e rischia addirittura di sparire nel giro di poche vendemmie? Se fossimo esperti di marketing, potremmo forse azzardare la banale spiegazione della frammentazione produttiva. Non esiste una massa critica di bottiglie sufficiente per favorire una distribuzione efficace e capillare fuori dei confini regionali: anziché avere due o trecentomila bottiglie della stessa marca, si hanno in genere decine di piccoli vignaioli, che immettono sul mercato poche migliaia di pezzi ogni anno. Si assiste così alla bizzarra e tragica contraddizione di un vino perfetto per la tavola che rischia l’estinzione, da un lato, e di qualche robusto rosso del Sud che invade (in modo pienamente legittimo, ci mancherebbe) i Wine Bar e che si impone magari come “vino da aperitivo”. Il cliché (fondato) del produttore piemontese che fa a gara con quello sardo su chi è più chiuso e refrattario a ogni forma di pubbliche relazioni fa il resto.
Il nuovo stile dei Dolcetto, equilibrato, capace di evitare i due estremi della sovraestrazione e della diluizione, merita attenzioni ben maggiori da parte del buon bevitore. Lo diciamo innanzitutto a noi stessi: stiamo meno in Borgogna e più a casa nostra, ci troveremo bene lo stesso.

link: vinoblogautore.espresso.repubblica.it
 

Vendemmia 2010, un’ottima annata
7 febbraio 2016
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Vendemmia 2010, un’ottima annata

ma non significa vino di qualità

La Repubblica
12 Agosto 2010

di Carlo Petrini

La produzione enologica italiana potrebbe crescere del 5% rispetto al 2009. Ma non sarà festa per tutti Nel corso degli anni troppe autorizzazioni a impiantare vitigni di qualità, anche in aree non ad alta vocazione Così il Barolo sarà pagato due euro al litro e il Barbaresco poco più di uno. Una manna per i commercianti spregiudicati, una rovina per i veri "vignerons".

Come sempre accade in questo periodo si fanno tante chiacchiere sulla qualità della vendemmia e, neppure stessimo parlando di una partita di calcio, si rincorrono i discorsi da bar sport sulla sfida con i nostri cugini transalpini. Da inizio agosto è partito il tam tam mediatico e si sono alzate inopportune grida di giubilo per il sorpasso di produzione degli italiani sui francesi. Secondo i dati diffusi da alcune associazioni di categoria risulta che la produzione di vino italiano potrebbe (e l’uso del condizionale è d’obbligo) segnare un aumento fino al 5% rispetto allo scorso anno, su valori intorno ai 47,5 milioni di ettolitri. Oltralpe, invece, la produzione potrebbe far registrare una crescita limitata che si assesterebbe a 47,3 milioni di ettolitri.

Oltre a non appassionarmi più di tanto, trovo questa sfida anche un po’ inutile. Una vendemmia si giudica, come mi insegnano i miei amici viticoltori, non solo dopo aver portato le uve in cantina, ma alcuni mesi dopo. Infatti, le tre settimane che precedono la raccolta sono decisive dal punto di vista climatico e possono decretare la grandezza o meno di un’annata. L’uva è una cosa viva e si deve per forza attendere la magia della fermentazione per capire se tutte le premesse verranno poi mantenute nel vino. Una grande bottiglia ha bisogno di tempo, bisogna aspettare e aver pazienza per capire la sua evoluzione.

Ma passiamo dalle chiacchiere a discorsi ben più seri e gravi sul futuro della viticoltura italiana. Stiamo vivendo un momento di svolta che va analizzato nella sua complessità. Il fatto che la vendemmia sarà ricca non mi conforta più di tanto se questa abbondanza non farà che aumentare il processo di svendita del vino sfuso che è già in corso da più di un anno a questa parte. Le settimane che precedono la vendemmia sono le più febbrili per i mediatori del vino che per conto dei grandi commercianti e imbottigliatori girano le cantine italiane a caccia dell’affare.

Da una parte trovano produttori che non essendo riusciti a vendere il vino che avevano prodotto sono obbligati a svuotare la cantina per fare spazio al nuovo raccolto e dall’altra un mercato che sta richiedendo vini dal basso costo e non fa così tanto caso alla qualità di quello che consuma. Informandosi, non è difficile scoprire come il Barolo sfuso abbia raggiunto la deprimente quotazione di due euro e mezzo al litro, stesso prezzo che mi dicono spunti il Brunello 2005. Per non parlare di un vino a cui sono molto affezionato come il Barbaresco, che viene pagato la cifra folle di un euro o poco più. Una situazione insostenibile e ridicola, soprattutto per quei produttori che in vigna lavorano seriamente.

Ma quali sono le cause di questa situazione così deprimente? Diciamo che il governo del limite, che dovrebbe regolare il mondo agricolo, è andato a farsi benedire. Sono quindici anni che predichiamo nel vento dicendo che le viti vanno piantate solo nelle zone ad alta vocazione evitando di aumentare a dismisura le superfici vitate. Tutto inutile. Il Barolo, il Barbaresco, il Brunello hanno raddoppiato le bottiglie in commercio nel giro di un decennio. L’Amarone è passato da quattro milioni di pezzi agli attuali sedici.

All’inizio degli anni Novanta i prezzi dei vini, che erano obiettivamente molto bassi, sono stati giustamente alzati, ma poi si è esagerato pensando che tutti potessero superare tranquillamente i quaranta euro a bottiglia. Ma in cosa consiste questo governo del limite nel settore vitivinicolo? Semplice: nei momenti in cui il mercato tira occorre contenere i nuovi impianti e non esagerare con l’aumento dei prezzi; nei momenti di crisi bisogna ridurre la produzione dei vini di eccellenza e salvaguardarne il prezzo.

In Italia si è fatto l’esatto contrario. Molti dicono che le diverse categorie di produttori (vignaioli, industriali, commercianti) sono tra loro inconciliabili. In realtà, in un momento così drammatico, i vigneron italiani dovrebbero prendere esempio dai cugini francesi: qualche anno fa, in un momento di vacche magre, i produttori di Champagne decisero di diminuire la produzione del 30%. Tutti uniti: vignaioli, cooperative sociali e industriali. In Italia manca una visione comune, una politica di sviluppo che riesca a mettere d’accordo un mondo lacerato da troppe divisioni e incapace di dialogare per gestire al meglio la situazione economica e, se fosse possibile, progettare seriamente il futuro. Una scelta come quella francese sarebbe non solo auspicabile, ma anche possibile, perché i produttori potrebbero declassare una parte dei loro grandi vini potendo contare su denominazioni meno importanti che in gergo vengono chiamate di ricaduta: basti pensare al Langhe Nebbiolo, al Rosso di Montalcino o di Montepulciano, così come al Valpolicella Rosso.

Bisogna tutelare i nostri grandi vini come veri patrimoni nazionali e la loro gestione non dovrebbe ricadere nelle mani di pochi imbottigliatori pronti a speculare quando il mercato è in affanno. Gli stessi produttori dovrebbero limitare la loro produzione unicamente alle zone più vocate, ai cru storicamente riconosciuti come tali, e ai vigneti con piante più vecchie. Altrimenti l’eccellenza rischia di essere svilita e assistiamo così alla vendita di bottiglie di Barolo a 8 euro negli autogrill italiani, presi d’assalto in questi giorni da vacanzieri frettolosi. Questa deriva è manna per commercianti spregiudicati e industriali a cui non interessa la qualità, non mette ansia alle grandi firme (che magari svendono le eccedenze sotto banco), ma distrugge il prestigio dei grandi vini e mette in ginocchio le miriadi di piccoli e medi produttori che, in questi ultimi vent’anni, hanno realizzato il rinascimento del vino italiano. Per la prima volta in tanti anni ho sentito invocare un po’ di grandine per ridurre le eccedenze, magari nelle vigne dei vicini.
 

Barbera & Dolcetto: Affordable Italy
7 febbraio 2016
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Barbera & Dolcetto: Affordable Italy

Wine Enthusiast
9th August 2010

by Monica Larner

These quintessential food wines star in a region of the world with an affection, even reverence, for the marriage of dining and the vine. Grab a table at any informal trattoria or family-run osteria at the heart of the Langhe, the gracefully hilly area that includes the towns of Barolo and Barbaresco in northern Italy, and chances are you won’t be served the noble reds that have made this Italy’s most celebrated wine territory. Chances are, you’ll be served Barbera or Dolcetto. If Barolo and Barbaresco, two expensive, compelling and elegant wines made from the Nebbiolo grape and carefully cellar-aged for long periods, are the wine equivalent of Piedmont’s Sunday best (dress slacks, cufflinks and formal jacket), Barbera and Dolcetto are its favorite used jeans and comfy sweater. There are many reasons why these bright, fruit-forward red wines enjoy a special, intuitive connection to the people who drink them. Here are three: they offer an affordable alternative to the pricier bottles of Northern Italy; they come from a long and storied tradition that makes them two of the most distinctive indigenous expressions produced; and they exhibit natural characteristics that make them quintessential food pairing wines—cultivated in a part of the world that dedicates particular affections to its foods. Dolcetto is the easier, more fruit-forward wine with less aging potential; it is usually consumed within a year or two of release. As opposed to Barbera, it is marked by low acidity. Its food friendliness comes from its natural fruitiness and drying tannins. In fact, these two qualities tend to balance sweeter foods, fragrant foods (with tomato sauces or perfumed herbs, for example) and foods with a fatty component, which is broken down by the tannins. If you are looking for a pairing partner to a steaming pizza pie with mozzarella and basil, or a home cooked plate of pasta, look no further than Dolcetto.
A pulpy, purplish appearance and bright aromas of wild berry, blueberry and fresh plum characterize the wine. It is thick and generous in the mouth and that natural heft is pushed along the palate by the polished tannins. It comes from many locations, and the most popular include Dolcetto di Dogliani, Dolcetto d’Acqui, Dolcetto d’Alba, Dolcetto d’Asti and Dolcetto di Diano d’Alba in Piedmont.
Pair it with cold cuts such as smoked sweet ham and salami dotted with black peppercorn, garlic and fatty particles. The aromatic qualities of these foods are accented by the fruitiness of the grape. Bruschetta with cream of green olive, or basil, chopped tomato and garlic also make a good companion. Dolcetto works very well with exotic appetizers such as herb and vegetable-stuffed spring rolls, Indian samosas with potato and sweet peas, curry or Tandoori dishes, or Caribbean curried pork with banana and coconut.
 

Dolcetto – Piemonte: next star?
7 febbraio 2016
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Dolcetto – Piemonte: next star?

Jancis Robinson
14 Jul 2010

by Walter Speller

Dolcetto, Piemonte’s workhorse grape, has until now provided the region with early-ripening, easydrinking
reds. These characteristics have kept it firmly in the shadow of Nebbiolo, the grape of Barolo and Barbaresco. Dolcetto is universally known as producing deep violet-coloured wines, with abundant aromas of red crushed fruit, violets and with a distinct drying spur of tannin, and it is, most importantly, very modestly priced. The variety is considered much less demanding than Nebbiolo, which needs, and gets, the very best exposure in the vineyard, while Dolcetto happily retreats to the sites where Nebbiolo’s famous tannins would never fully ripen. As it ripens much earlier than Piemonte’s signature grape, it is not only a very accommodating variety in the vineyard, but also in the cellar. By the time Nebbiolo is ready to to be harvested, Dolcetto’s fermentation has long finished, leaving the tanks available for the most important harvest of the year, which starts in late October. Although the grape’s name indicates sweetness, this in reality is no reflection of the characteristics of the final wine, which is completely dry, and, very Piemontese, with a clear tannic structure. The name apparently refers to the actual taste of the berries, which are much sweeter than Nebbiolo, at least to the Piemontese palate. Easy to grow and quick to vinify, it allows growers a speedy return, and the rest of us something to savour while Nebbiolo is still maturing.
The story so far is very similar to that of Barbera, a grape variety, which, until recently, shared
Dolcetto’s Cinderella status. However, Barbera’s fortunes and reputation changed for the better
when producers discovered that with a better site and lower yields it resulted in far more complex
wines, with riper acidi

“La Cantina che traina un paese”
7 febbraio 2016
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“La Cantina che traina un paese”

La Stampa
21 Febbraio 2010

di Amadea Franco – Clavesana

Da mezzo secolo la cooperativa produce dolcetto. Oltre 340 i soci.

“Per fortuna c’è la Cantina sociale.” A Clavesana sono in tanti a pensarla così. Ne vanno orgogliosi. C’era quando il Cotonificio Olcese nel 1980 chiuse i battenti, lasciando senza lavoro intere famiglie. C’era quando nel ’94 il Tanaro uscì dagli argini allagando il paese, causando disastri e lutti. Cinque morti. Proprio nel suo cortile si sistemò l’Esercito.
 

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SLOW FOOD EDITORE
7 febbraio 2016
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SLOW FOOD EDITORE

Guida al Vino Quotidiano
2010

Compie cinquant’anni questa società cooperativa che racchiude al suo interno più di 300 soci che conferiscono uve derivanti dai vigneti che circondano le valli intorno a Dogliani, il tutto garantendo una qualità costante e affidabile per un quantitativo enorme di bottiglie prodotte. Segnaliamo quest’anno il Dogliani 2007, un grande Dolcetto con sentori di frutta rossa che poi vengono ampliati in bocca. Il secondo vino, il Dolcetto di Dogliani 2007, è caratterizzato da nuances di cioccolato e caffè.

 

“Se volete un Dolcetto, Dogliani è ancora una volta il punto di riferimento”
7 febbraio 2016
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“Se volete un Dolcetto, Dogliani è ancora una volta il punto di riferimento”

Enogea
Aprile/Maggio 2008

di Francesco Falcone

Quello che ti colpisce di questa denominazione è, assaggi alla mano, l’omogeneità qualitativa, la profondità, la fisicità del suo Dolcetto. Certo, io ho assaggiato solo le selezioni superiori, ma dubito che i vini minori possano stravolgere il quadro. Se hai un’idea convenzionale del vitigno, se credi che debba essere solo fruttato, col tannino rustico e il finale mandorlato, allora è bene che tu metta in programma una visita da queste parti. … Oggi, per contro, Dogliani, (Dogliani docg: 60 ettari vitati e 300mila bottiglie; Dolcetto di Dogliani doc: 950 ettari vitati e poco più di 4milioni di bottiglie) stupisce per la sua capacità di andare oltre la varietà: i tannini, nei casi migliori, hanno doti di allungo inimmaginabili e il frutto non è quello diretto che altrove in genere ti riserva il vitigno, imbavagliato da una viscosità scontata, non di rado monocorde. Qui riesce a concedere espressioni aromatiche oserei dire inconsuete e nei casi migliori del tutto appaganti.
Anche la struttura, la densità, l’elasticità, la carnosità, ti conducono a Dogliani più che al dolcetto: sono vini completi, ricchi ma naturali. I migliori hanno una razza riconoscibile, sentono il territorio (più tannici e fenolici à Valdibà, più minerali e nervosi a Clavesana, Bastia e Ciglié, più eleganti e carnosi a Madonna delle Grazie, e così via) e meritano senza dubbio un capitolo a parte nella grande saga del Dolcetto piemontese.
Ma perché a Dogliani il Dolcetto è così diverso? Non esiste una sola risposta, almeno questo è quello che ho capito frequentando i protagonisti della zona.
Per molti il merito è dei suoli: se si escludono quelli rossi (troppo asciutti e precoci per le esigenze della varietà), il resto della denominazione gode dei benefici di terreni bianchi, profondi, argillo-calcarei, ideali per il vitigno.
Per altri è il clima a fare la differenza: la vicinanza delle Alpi, con i suoi flussi di aria fresca, se da una parte accorcia il periodo della bella stagione (ma il dolcetto non è une varietà tardiva), dall’altra rallenta le maturazioni e apporta quell’equilibrio termico che per il vitigno (intollerante alle temperature eccessive, troppo calde o troppo fredde) è fondamentale, soprattutto in fase di maturazione. Anche per questo i Dolcetto di Dogliani e i Dogliani del 2006 non presentano quasi mai quei limiti di freschezza che invece “infastidiscono” i dolcetti dell’albese.
Qualcuno, invece, mi suggerisce che sono gli uomini a essere determinanti: “…da questi parti ci sono tanti vignaioli bravissimi perché sono stati costretti a fare di necessità virtù, a vedersela con una brutta bestia come il dolcetto. Hanno dovuto conoscere a fondo una delle uve più complicate da coltivare, tanto delicata ed esigente dal punto di vista agronomico, quanto sensibile e rognosa sotto il profilo enologico” mi racconta chi conosce bene la zona.
La somma delle diverse opinioni non lascia spazio a dubbi: il risultato si chiama terroir. E Dogliani, piaccia o no, è il più grande terroir del dolcetto.
 

“L’importanza di una definizione stilistica dei vini italiani e del Dolcetto in particolare”
7 febbraio 2016
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“L’importanza di una definizione stilistica dei vini italiani e del Dolcetto in particolare”

Intervento di Dott. Ernesto Gentili al
Convegno Dolcetto & Dolcetto,
a cura di Well Com

Novembre 2008

Il dolcetto è sicuramente un vino tra i più validi e allo stesso tempo più sottovalutati della
produzione enologica del nostro Paese.
Un vino che non ha subito trasformazioni stilistiche né tecniche: è rimasto fondamentalmente
sempre lo stesso nel tempo. Ha superato anche le tendenze modaiole nei metodi produttivi
(es. dall’affinamento in barriques all’uso di botti grandi) che ha colpito altri vini, snaturandoli.
Si può affermare con buona sicurezza che la qualità media del Dolcetto è persino cresciuta nel
tempo e la degustazione effettuata (117 campioni) ne è una testimonianza ulteriore: rarissimi i
vini davvero censurabili, una qualità media pregevole e superiore a tipologie prestigiose e ben
più costose, corroborata dalla presenza di alcune eccellenze assolute.
Attualmente si possono individuare, a prescindere dalle varie zone di provenienza, due
tipologie di Dolcetto, dalla versione semplice, fruttata, fragrante, di facile beva a quella più
strutturata e complessa, in grado di garantire una notevole, e impronosticabile sino ad alcuni
anni fa, longevità. Entrambe le “tipologie” hanno evidenziato negli ultimi anni segnali di
crescita e, in particolare, i vini più semplici risultano più nitidi e vinificati con maggiore
accuratezza che in passato, mentre le etichette più ambiziose hanno acquisito con il tempo una
definizione più caratterizzata, affrancata dagli iniziali eccessi di rovere. Più che sulla struttura,
già ottima pur con qualche eccesso alcolico legato alle caratteristiche delle annate, si deve se
mai insistere sulla valorizzazione dei connotati aromatici che distinguono il Dolcetto e lo
rendono inconfondibile.
La presenza di due caratteri così diversi non costituisce comunque un ostacolo all’affermazione
del vino; la riscontriamo anche in altre tipologie, come Barbera e Chianti Classico, ed è una
coesistenza accettata e compresa dal mercato. Nel caso del Dolcetto è evidente che si deve
fare qualcosa di più concreto sul piano della comunicazione per farlo comprendere.
Il Dolcetto è pertanto un vino che possiede tutte le prerogative per essere apprezzato sia da
un pubblico giovane, in virtù della sua morbidezza e immediatezza fruttata, sia dall’amatore più
evoluto per il potenziale di complessità che è in grado di esprimere, almeno in taluni casi.
A fronte di tutta questa serie di dati positivi e incoraggianti, esistono tuttavia dei punti deboli
per la diffusione e il successo di questo vino.
Proverò ad elencarli sinteticamente.
-Intanto va accantonata la definizione di “vino quotidiano”: per quanto già esposto risulta
riduttiva e inadeguata alle reali potenzialità del vino e del vitigno.
-L’eccesso di denominazioni e sottodenominazioni confonde il consumatore e non è
compensata dall’effettiva valorizzazione delle diversità che pur esistono.
-Il Dolcetto è favorito da un rapporto qualità-prezzo favorevole ma non può entrare in
competizione ulteriore sulla fascia di prezzo, sia per i costi di produzione, che sono superiori ad
altre tipologie di vini, sia per l’eccessiva frammentazione delle realtà produttive.
E’ inevitabile la scelta di puntare sempre di più sulla qualità supportata da una politica di
comunicazione adeguata nei confronti dei nuovi mercati.
In questo senso sarebbe sicuramente auspicabile, sebbene non facilmente realizzabile, poter
indirizzare con compattezza gli sforzi promozionali verso le aree, nazionali e estere, ancora
troppo marginali nella diffusione e relativo consumo del Dolcetto.
 

ENOGEA
7 febbraio 2016
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ENOGEA

2008

Cantina sociale di generose dimensioni quella di Clavesana, con un parco soci che non si limita alla denominazione locale ma che spazia da La Morra al Monregalese. La sua proposta enologica più avvincente resta tuttavia quella legata al progetto Dogliani dove si cerca, non invano, di unire numeri e qualità e di imporsi tra i protagonisti della docg. E ci sta riuscendo, mi viene da dire. Il Dogliani 2006 (un blend dei migliori dolcetto raccolti tra Dogliani, Farigliano a Clavesana, parzialmente maturato in botte grande) sa dialogare con garbo, ha misura e definizione nel frutto, non cerca applausi, ma li merita. Ancora meglio al palato, perché i tannini mantengono tensione dall’inizio alla fine, donando smalto ed elasticità alla polpa. Un buon risultato. Primo anno di produzione: 1959; soci: 370; ettari vitati: 515; bottiglie prodotte: 2.200.000.